Solo chi lo sa ascoltare

Una sera di qualche anno fa, durante le V.d.B., mi trovavo in tenda con alcuni lupetti e l’allora Kaa. I lupetti volevano una storia prima di dormire; non avendo nulla da leggere, lasciammo spazio libero alla fantasia… così nacque questo racconto. Ai nostri lupetti è piaciuto molto…

Solo chi lo sa ascoltare

Luglio stava ormai finendo e le vacanze di branco si avvicinavano rapidamente. Il materiale era quasi pronto, le attività erano state preparate e studiate con cura, tutto sembrava procedere per il meglio. Quell’anno si era scelto di ambientare le vacanze di branco nel mondo di Peter Pan e ad ogni componente dello staff era stato assegnato un personaggio da interpretare. Chill e Kaa si erano offerte di preparare i costumi per tutti e Akela fu ben felice di liberarsi di quell’incombenza. Avevano recuperato una giacca rossa per Capitan Uncino, una vecchia tunica da Robin Hood da riadattare per Peter Pan; era già pronta anche la maschera da coccodrillo, anche se era costata una gran fatica a Kaa, che aveva impiegato quasi due giorni per completarla. L’unico costume non ancora concluso era il vestitino di Trilli. Fortunatamente due giorni prima dell’inizio del campo Chill trovò un body verde che poteva somigliare a quello della fata. Lo portò a casa di Kaa, perché lo potesse modificare. Rovistando tra le sue stoffe trovarono dei pezzi di tulle in varie tonalità di verde. Ne applicarono alcune parti al body e dalle altre ritagliarono dei petali, che cucirono per formare la gonna. Quando anche l’ultimo petalo fu sistemato Kaa chiese a Chill di provare il costume. Non sarebbe stata lei ad utilizzarlo durante il campo (il ruolo di Trilli spettava a Bagheera), ma almeno avrebbero potuto giudicare il lavoro completo. Un po’ controvoglia Chill indossò il costume, si guardò allo specchio e poi si volse verso Kaa per vedere cosa ne pensasse. Dall’espressione che colse sul suo viso capì che anche Kaa non era del tutto soddisfatta, al costume mancava quel non so che per renderlo davvero completo. Pensando e ripensando al personaggio di Trilli ad un tratto Kaa comprese: quello che serviva erano dei campanelli! Sì, dei campanelli appesi ai petali di tulle avrebbero reso il costume perfetto. Ma dove trovare dei campanelli? Kaa era quasi certa di non averne in casa, così uscirono per andare a comprarli.

Kaa viveva in un paesino in montagna a qualche chilometro dalla città. Non c’erano molti negozi e certamente non una merceria dove poter comprare dei campanelli. Non le veniva in mente a chi potesse rivolgersi, ma Chill insisteva che da qualche parte dovevano pur esserci e che non potevano aspettare di tornare in città.

“Abbiamo bisogno di quei campanelli subito! Per domani il costume deve essere completo, sabato comincia il campo, non possiamo ritardare!”.

Poi a Kaa venne in mente che in fondo al viale dietro casa della nonna c’era una bottega dove si trovavano le cose più impensate. A dire la verità non era proprio sicura che fosse una bottega, perché non c’erano insegne, né orari di apertura, e non vi aveva mai messo piede.

“Dicono che la padrona sia un po’ strana”, sussurrò timidamente. Chill però non prestò attenzione ai suoi dubbi e la convinse a fare almeno un tentativo.

Fu così che si recarono alla bottega. All’entrata era appeso un enorme campanello in ottone, che suonarono per farsi aprire; poi però entrarono senza attendere risposta, perché in fondo erano quasi sicure che fosse un negozio. Si ritrovarono in un corridoio cupo, molto stretto e lungo. Il pavimento di mattonelle bianche e nere, come una scacchiera, conferiva all’ambiente un’aria un po’ stravagante. Eppure non fu quello ad attirare l’attenzione di Chill, ma le pareti, interamente ricoperte di scaffali con cassettini in mogano. Ogni cassetto era contraddistinto da un’etichetta che ne designava il contenuto. Sulla parete di sinistra c’erano bottoni – bottoni bianchi, neri, rossi, verdi, bottoni in madreperla, in legno, grandi e piccoli, con due fori o con quattro – e poi spilli, nastri, fili – fili da ricamo, da cucito, da rammendo. Sulla parete di destra, oh sì, c’erano proprio campanelli! Campanelli, in ottone, in argento, persino in oro. Chill era così concentrata a leggere le etichette che non si accorse nemmeno dell’arrivo della padrona e la vide all’improvviso, intenta ad osservare le due nuove arrivate con occhi curiosi, attraverso le spesse lenti di occhiali dorati. La signora era piuttosto anziana, portava lunghi capelli bianchi raccolti in uno chignon, camminava a fatica, curva su un bastone da passeggio. Il grembiule color verde muschio si intonava perfettamente alla bottega.

Kaa si presentò, le spiegò lo scopo della loro visita e chiese se per caso avesse dei campanelli da venderle. La vecchina volle maggiori informazioni sull’utilizzo dei campanelli: “Di che campanelli avete bisogno?”, chiese. Chill, che aveva letto sulle etichette le diverse possibilità disse: “Credo che quelli lì in ottone, in quel cassettino, possano andare bene. Ce ne può dare 12 per cortesia?”. “Non così in fretta” rispose la vecchina, “prima dobbiamo capire se sono proprio quelli che cercate”. Così dicendo invitò le due ragazze a seguirla lungo il corridoio. Arrivarono in una sala non molto spaziosa, al centro della sala il pavimento a scacchi era decorato con un rosone bianco, nero e rosso; su un tavolo in mogano con tre sedie c’era un servizio da tè in porcellana. Sulla parete di fronte due lunghe tende bordeaux coprivano le uniche finestre della stanza, lasciando filtrare solo una fievole luce. In ognuna delle pareti laterali si aprivano due porte, con stipiti in marmo bianco intagliato. Le porte erano contraddistinte da insegne che lasciavano intuire ciò che si poteva trovare nelle stanze: bottoni, nastri, stoffe, pizzi. La vecchina si mostrò molto interessata alla descrizione del costume di Trilli e mentre Chill e Kaa le parlavano controllava ogni cassettino della parete dei campanelli, intenta a cercare non si sa bene che cosa. Ogni tanto estraeva da un cassettino un campanello, con molta cura lo avvicinava all’orecchio di Kaa o di Chill e lo faceva tintinnare. Poi osservava l’espressione delle due sempre più perplesse ragazze, che non condividevano l’interesse della vecchina nella ricerca del suono “più adatto”. Quando Chill cercò di farle capire che non aveva importanza il tintinnio, che erano sufficienti dei campanelli normali, la vecchina andò su tutte le furie: “Non esiste un campanello normale! Ogni campanello è particolare, ha il suo suono, la sua tonalità! Ascolta…” e così dicendo porgeva all’orecchio di Chill campanelli diversi, per materiale e per dimensione, e valutava attentamente che effetto avesse il loro suono sulla ragazza. Kaa cominciava a preoccuparsi, l’ora si stava facendo tarda e il costume non era ancora completo. Assecondò la vecchina nell’intento di compiacerla e di ottenere ciò di cui avevano bisogno: “Sì, ha proprio ragione, ogni campanello ha un suono speciale. Ci consigli quale fa al caso nostro”. Dopo alcuni istanti la vecchina disse: “So cosa vi serve, attendete un momento qui e ve lo porto”, poi scese per una scala a chiocciola che inizialmente le ragazze non avevano notato e sparì. Kaa suggerì a Chill di accettare qualunque cosa la vecchina proponesse, per non tornare a casa a mani vuote. Non poteva certo aspettarsi ciò che accadde in seguito! La signora ritornò con un sacchetto di velluto rosso e ne estrasse dodici campanelli d’argento. Ne prese uno con estrema cura e lo scosse vicino all’orecchio delle ragazze… ma il campanello non emise alcun suono. “Avete sentito?” chiese la vecchina. Di fronte al loro silenzio imbarazzato confidò: “Questi campanelli sono molto particolari, vengono da lontano e la storia che li ha condotti qui è lunga e noiosa. Non preoccupatevi, suoneranno per chi li vorrà ascoltare”. Le ragazze erano alquanto stupite ma non osarono protestare, si convinsero ad acquistare i campanelli e la vecchina insistette per regalarglieli.

Provarono un certo sollievo ad uscire dal negozio, ma come per un tacito accordo non dissero una parola di quanto era accaduto. Era tutto molto strano, sembrava quasi di aver vissuto un sogno.

Nel frattempo si era fatto tardi, così si salutarono dandosi appuntamento la sera stessa in sede, per raccogliere il materiale già completato nelle scatole che sarebbero state poi portate al campo.

Alcune ore più tardi si ritrovarono davanti al portone della sede. Kaa aveva in tasca il sacchetto di velluto. Finalmente si decise a chiedere: “Chill, ma tu, nel negozio, ha sentito questi campanelli tintinnare?”. “No” rispose Chill un po’ rassicurata, “e non ho nemmeno capito bene quello che la signora ci ha detto”. Kaa estrasse di tasca il sacchetto e molto delicatamente lo aprì. Si fece scivolare un campanello nel palmo della mano, Chill lo raccolse con attenzione e provò a scuoterlo. Nulla. Non sentirono alcun suono.

Il primo pensiero che balenò nella mente di entrambe fu che la signora fosse un po’ matta e che, consapevolmente o in buona fede, le avesse imbrogliate.

Rassegnate ad avere un costume di Trilli tristemente muto sistemarono tutto ciò che andava portato al campo. Era rimasto fuori solo il manichino con il costume della fata. Kaa cominciò a cucire i campanelli in fondo ai petali di tulle mentre Chill chiudeva i pacchi pronti per il trasporto. Fuori era buio e il cielo si stava rannuvolando. Kaa concluse il lavoro: anche se non suonava, il costume era soddisfacente, potevano finalmente tornare a casa. D’improvviso un lampo illuminò la stanza e immediatamente scoppiò un forte acquazzone. Chill guardò fuori dalla finestra. Con quella pioggia non potevano certo muoversi da lì. Si sedettero sul pavimento freddo in attesa che la pioggia diminuisse. Il manichino in penombra aveva un aspetto un po’ spettrale. Ancora un lampo, poi un tuono fortissimo. Il temporale era vicino. Anche se era estate faceva piuttosto freddo; Chill si alzò per cercare una maglia ma dovette risedersi perché il temporale fece andare via la luce. Attesero immobili nel buio per alcuni istanti, poi un colpo di vento spalancò una finestra portando con sé alcune foglie che danzarono attorno al manichino. Fu allora che lo sentirono, un leggero ma chiarissimo tintinnio…

Seguirono attimi di silenzio carichi di tensione. Le ragazze non avevano il coraggio di muoversi né di aprir bocca. Un altro colpo di vento e gli scuri sbatterono. Kaa sobbalzò per lo spavento e Chill fu costretta a spostarsi perché la pioggia la raggiungeva dalla finestra aperta. Qualcosa cadde nella stanza accanto, probabilmente a causa del forte vento, ma le ragazze erano tanto spaventate da non poter più rimanere nella stanza. Si precipitarono fuori, incuranti della pioggia incessante, e si affrettarono a tornare a casa.

La mattina seguente Kaa si svegliò con un forte mal di gola: l’acquazzone della sera prima le aveva causato una brutta influenza. Con immenso dispiacere dovette accettare di non poter partire per il campo. Con un po’ di fortuna forse sarebbe guarita in tempo almeno per gli ultimi giorni e avrebbe raggiunto gli altri.

Chill invece partì. Era rimasta un po’ scossa dalla sera del temporale, ma l’idea di non dover indossare il costume in un certo modo la tranquillizzava. Quando Bagheera raccolse l’abito dallo scatolone e lo indossò, Chill l’osservo con attenzione, ma i campanelli non emisero alcun suono. Le ci volle del tempo per abituarsi, ma al terzo giorno di campo ormai si era convinta che il tintinnio fosse stato frutto della sua immaginazione. Dopo il bivacco, mentre gli altri Vecchi Lupi erano intenti a cantare l’Ula Ula ai lupetti nei loro sacchi a pelo, Chill rimase a riordinare il materiale sparso per il campo dopo una lunga giornata di attività. Raccolse i giochi che i lupetti avevano dimenticato sui tavoli, qualche berretto finito chissà come sotto una panca o su un ramo di un albero, i canzonieri utilizzati durante il bivacco e i costumi di Capitan Uncino e di Peter Pan. Inizialmente non si accorse che anche il costume di Trilli era rimasto lì, appoggiato su una sedia. Lo notò quando un debole soffio di vento fece muovere i petali di tulle della gonna. Un brivido le percorse la schiena quando osservò il vestito, che rifletteva la fredda luce della luna quasi piena. I campanelli si muovevano innaturalmente silenziosi nel vento. Chill si avvicinò al costume per raccoglierlo, il vento aumentò, i petali si alzarono e… tin tin tin… di nuovo si sentì ben distinto un tintinnio. Chill abbandonò il costume sulla sedia e corse a raggiungere gli altri. Ansimava quando raccontò ad Akela e Bagheera ciò che era accaduto, ma nessuno voleva crederle. A dir la verità come dare torto a chi sosteneva che i campanelli erano semplicemente difettosi e non potevano suonare? Bagheera insistette, aveva indossato il costume per tutto il giorno e nemmeno una volta aveva sentito il suono dei campanelli. Come era possibile che ora Chill lo sentisse? Cercarono di tranquillizzarla e andarono a dormire.

L’indomani Chill chiamò Kaa per raccontarle l’accaduto. Kaa, che stava nel frattempo recuperando le forze, sembrava essere dello stesso parere di Bagheera. “Com’è possibile che i campanelli suonino solo in alcune occasioni? Anche in sede, prima di partire per il campo, dobbiamo esserci confuse, sarà stato qualcos’altro a suonare, non i campanelli”. “Come fai a dire così?”, ribatté Chill incredula, “c’eri anche tu, non ce lo siamo immaginate, non puoi credere davvero che sia autosuggestione!”. “Dico solo che forse la stanchezza e la tensione hanno contribuito a farci confondere leggermente la realtà”. “Io non ho confuso niente!”, rispose Chill spazientita, “Noi non abbiamo confuso niente! E’ facile per te che sei a casa, lontana da quei campanelli maledetti…”. “Dai, non fare così” rispose Kaa, cercando di calmare l’amica, “forse posso fare qualcosa. Anche se non sono sicura che potrà servire, andrò dalla signora che ci ha venduto i campanelli e le chiederà spiegazioni”. Più tardi si sarebbe pentita di queste parole.

Kaa uscì di casa verso le cinque del pomeriggio. Non era guarita ancora definitivamente, ma aveva promesso a Chill di far visita alla bottega, così si incamminò per le vie del paese. Arrivata alla porta con l’enorme campanello, suonò con decisione. Immediatamente la porta si aprì e la vecchina l’accolse con un sorriso inquietante: “Ti stavo aspettando, cara, entra pure, ho appena scaldato l’acqua per il tè”. Questa non è proprio l’accoglienza che ci si aspetta entrando in un negozio, ma come dire di no ad una gentile signora che ti offre del tè. Fu così che Kaa si ritrovò seduta al tavolo in mogano al centro della stanza dove per la prima volta aveva visto i misteriosi campanelli. Mentre sorseggiava una tazza di ottimo tè ebbe modo di osservare con maggiore attenzione la vecchina. La sua voce era squillante nonostante l’età, le rughe che le contornavano il volto facevano risaltare gli occhi vispi e il sorriso magnetico. Indossava il solito grembiule verde muschio, calze scure e delle pantofole consunte. Al collo portava una catenina d’argento con un medaglione dalla forma molto particolare: un serpente dagli occhi di rubino che stringeva nelle sue spire un campanello d’oro. Inizialmente Kaa pensò che fosse da lì che proveniva il continuo tintinnio che sentiva, poi però si accorse dei due campanelli legati alla fine dei lacci del grembiule. Dopo un lungo silenzio la vecchina cominciò a parlare: “Immagino che tu sia qui per i campanelli”. “Sì, in effetti sì”, rispose gentilmente Kaa, “hanno qualcosa di strano”. “Certo, sono campanelli molto speciali, ve lo dissi già una volta”. “Sì, è vero, ma credevo fosse perché non suonavano”. “Oh sì che suonano, eccome”, rispose compiaciuta la vecchina, “il problema è sentirli, il loro suono è destinato solo a chi lo sa ascoltare”. Kaa cominciava ad essere inquieta. Gli occhi della vecchina si illuminavano mentre parlava di queste cose. Poi cominciò a raccontare di paesi lontani e di viaggi alla ricerca di se stessi, di sogni avverati e desideri da esaudire. Il tempo scorreva veloce ma Kaa non se ne rese conto finché non si accorse che fuori stava cominciando a fare buio. Allora si alzò di scatto dalla sedia senza badare di poter essere scortese. La situazione non le piaceva per nulla. La vecchina insisteva perché rimanesse ancora e si mise davanti al corridoio intralciandole l’uscita. Kaa si fece coraggio e l’oltrepassò decisa. Raggiunse la porta, ma non si apriva. Dopo un attimo di panico si accorse che era chiusa con il chiavistello dall’interno, l’aprì ed uscì il più rapidamente possibile, decisa a non mettere mai più piede nella bottega.

Il giorno seguente si svegliò molto tardi. Non aveva dormito bene la notte a causa di sogni irrequieti di campanelli, draghi e vecchie streghe. Fuori il cielo era scuro, dei nuvoloni neri lo coprivano interamente. Chiamò Chill per sapere come fosse il tempo da loro: un forte acquazzone aveva interrotto le attività della mattinata e probabilmente la pioggia sarebbe continuata fino a sera. Il pomeriggio avrebbe dovuto raggiungere gli altri al campo per partecipare almeno alla giornata di chiusura, ma convennero insieme che date le condizioni atmosferiche non valeva la pena muoversi di casa. Kaa non volle far sapere a Chill che in parte preferiva stare a casa perché era ancora scossa da quanto successo la sera prima. Anzi, non le raccontò proprio dell’accaduto, perché non voleva che l’amica si preoccupasse ulteriormente.

Il campo si concluse senza altri episodi degni di nota e Chill tornò a casa, felice di non dover più convivere con il pensiero dei campanelli. Alcuni giorni più tardi Kaa e Chill si ritrovarono in sede per riordinare il materiale riportato dal campo. Kaa decise che era arrivato il momento di raccontare del suo incontro con la vecchina. Chill ascoltò con attenzione, ma alla fine disse che non avrebbero dovuto più pensarci perché finalmente il campo era finito. Sistemarono i giochi negli scaffali, i palloni nelle ceste, svuotarono tutti gli scatoloni tranne uno, quello dei costumi. Alla fine si decisero ad occuparsi anche di quello. Con attenzione raccolsero gli abiti uno ad uno, finché sul fondo rimase solo quello di Trilli. Il tulle era piuttosto rovinato, il verde chiaro era macchiato e i petali strappati in più punti. Lo osservarono per bene e decisero che era da buttare. Nessuna delle due però aveva il coraggio di raccoglierlo: attaccati ai petali giacevano apparentemente innocui e inanimati i dodici campanelli. Dopo lunga indecisione le ragazze presero coraggio e lo tirarono fuori dallo scatolone. Il silenzio nella stanza fu rotto solo dal sospiro di sollievo di Chill, quando posarono l’abito sul tavolo. “Ed ora cosa ne facciamo?”, chiese Chill: “Non possiamo gettare i campanelli nell’immondizia e rischiare che qualcuno li trovi”. “Hai ragione, dobbiamo nasconderli in un posto sicuro”, rispose Kaa, “anzi, forse è un’idea un po’ sciocca, ma potremmo seppellirli!”. Le ragazze si armarono di paletta ed uscirono nel cortile. Il prato era illuminato dalla luna piena. Dopo aver scelto con cura il luogo, cominciarono a scavare una buca nel terreno, una buca molto molto fonda, per non rischiare che qualcuno trovasse i campanelli accidentalmente. Quando la profondità sembrò sufficiente andarono a prendere i campanelli. Kaa li ripose nel sacchetto di velluto nel quale le erano stati donati e li gettò nella buca. Poi li coprirono e sistemarono il terreno con molta cura. Era un sollievo sapere che i campanelli erano al sicuro sotto terra, in un posto dove nessuno sarebbe andato a cercare.

Finalmente rasserenate le due ragazze raccolsero le loro borse e si prepararono per tornare a casa. “Siamo state davvero sciocche a lasciarci impressionare da degli stupidi campanelli” disse Chill; “è vero”, rispose Kaa, “però devi ammettere che sembrava tutto vero!”.

Camminavano verso l’uscita immerse nei loro pensieri. La sede era pervasa da un silenzio innaturale. Come d’abitudine aprirono il portone, diedero un’ultima occhiata che tutto fosse in ordine, spensero la luce quasi senza pensarci, poi d’improvviso si bloccarono, raggelate: avevano udito provenire dal cortile il chiaro, inconfondibile e inspiegabile tintinnio.

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